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Black-block-buster

L'ora della vendetta

by Giulio Itzcovich

Questa più che una recensione critica è un ringraziamento, quasi un volantino pubblicitario di “V for Vendetta (V per Vendetta)”. La Warner Bros dovrebbe essere riconoscente per questa pubblicità gratuita, ed è un po’ strano dover ringraziare la Warner Bros per “V per Vendetta”.


V for Vendetta - Black-block-buster - L'ora della vendetta Non importa che Alan Moore – l’autore del fumetto V per Vendetta – si sia pubblicamente dissociato dal film e abbia negato la sua firma fra i titoli di coda (per interviste e materiali sul film e il fumetto vedi http://www.comicbookresources.com, specialmente una recensione di A. Tantimedh; proteste contro il film e links utili su http://aforanarchy.com/; una discussione interessante su http://www.rekombinant.org/ nel marzo 2006). Del resto, Alan Moore ha anche chiesto alla DC Comic di ritirare la sua firma dal fumetto: in conflitto con la DC Comic, certo non con il fumetto. Moore sa di non avere il «diritto morale a dichiararsi autore» del fumetto V per Vendetta, e di non avere quindi nemmeno il diritto a dichiararsi «non autore»: questo della Paternità Autoriale semplicemente non è un problema, né per Moore, né per altri; non ha nessuna importanza né per il fumetto, né tanto meno per il film, come per qualsiasi cosa destinata a circolare e a cambiare lontano dal suo Autore, se mai ce ne fosse uno.

Nella sceneggiatura del film dei fratelli Wachowski (quelli di Matrix), Moore ha trovato un addomesticamento del contenuto politico originario del fumetto, che era lo scontro fra fascismo – negli anni ’80, Thatcher e British National Party – e anarchia. Nel film, questa contrapposizione di fondo sarebbe stemperata in quella, molto più compatibile e accomodante, fra fascismo e democrazia, o fra neo-con americani e liberal americani. Il V del fumetto è anarchico, il V del film sarebbe, al più, un rivoluzionario liberale. Forse Moore non ha colto l’impatto della trasposizione in immagini della sceneggiatura. E, comunque, su questa coloritura (im)politica del film si sbaglia.

Nel film, infatti, la distinzione fra amico e nemico, la linea di frattura politica, il “fronte”, non è certo fra anarchia e fascismo, ma nemmeno fra liberal e neo-con, o fra un generico fascismo totalitario e le democrazie liberali. È fra un potere globale – nel senso di “totale”, senza resti, e quindi anche totalitario nella sua rappresentazione filmica – e terrorismo. E contro questo terrore globale, il film prende senz’altro le parti del terrorismo.

Bisogna dire che quello del film è un fronte poroso, e ciò può creare equivoci. Il film rifiuta la logica del fronte, decostruisce l’opposizione binaria fra amico e nemico. Da una parte, il potere totale è bucato da defezioni – poliziotti, cittadini, anchormen, soldati. Dall’altra, V non può decidere come un sovrano, ma lascia che siano altri a innescare le polveri – un’altra vittima, ma anche un poliziotto fascista pentito. E però in questo non c’è nessun tono conciliante, nessuna “terza via”, nessun compromesso o calcolo. C’è un gesto singolare, un evento, un’eruzione collettiva: la maschera di V, la distruzione del Parlamento, l’insurrezione. Anche sul piano formale, questa immagine del politico è interessante.

Ma è soprattutto sul piano dei contenuti espliciti che questo film sembra in assoluto la proposta più radicale che potesse circolare oggi nella grande distribuzione USA. Non c’è paragone con Crash, con Good Night, and Good Luck, tanto meno con Brokeback Mountain e Munich, ma nemmeno con un film interessante come The Three Burials of Melquiades Estrada (Le tre sepolture) – tutte opere che segnano una svolta politica nell’ultima stagione del cinema statunitense. Ripercorriamo velocemente alcuni di questi contenuti politici, già frustrati dal fatto che il film è molto diretto, del tutto esplicito, e non lascia spazio a dotti esercizi ermeneutici o a scavi in profondità.

La presa critica, evidentemente, è sull’attualità, non su un innocuo fascismo old fashion a cui non può credere più nessuno: i riferimenti espressi sono molti, a volte forse un po’ ammiccanti, altre volte più pertinenti. Ad esempio, le immagini del G8 di Genova e di altri scontri di piazza recenti sono usate nel film per i riots che precedono l’attentato finale al Parlamento. La serie Iraq-Kurdistan-Siria-Sudan scandisce l’avvento del regime fascista del cancelliere Sutler nel curriculum militare dell’anchorman del regime, la Voce di Londra. Il governo tenta di nascondere e congelare l’emergenza reale di V con un iattage mediatico di emergenze immaginarie: guerra civile in America, siccità, guerra batteriologica, perfino l’influenza aviaria. I prigionieri politici compaiono incappucciati e torturati in un modo che cita Guantanamo e Abu Ghraib; e così via.

Il fatto che V parli il lessico della libertà e della democrazia non può spingere a confonderlo con un liberale, o un liberal, né – è vero – con un libertario, un anarchico: V per Vendetta è un film fortemente politico non perché il personaggio di V sia segnato da una coloritura partitica ben individuabile. V è semplicemente la rivolta, il gesto assolutamente singolare e incalcolabile che conserva la possibilità di un’emancipazione e che, nel finale, innesca l’insurrezione. V è il Mostro che spezza «il benessere della routine quotidiana, la sicurezza di ciò che è familiare, la tranquillità della ripetizione»: la faccia sfigurata di V non è V, più di quanto non lo sia il cranio che le sta sotto, o la maschera che le sta sopra. A prendere sul serio il film, sarebbe quindi fuorviante – e in una certa misura anche riduttivo, semplificatorio – esorcizzare l’apparizione del Mostro ponendo l’interrogativo sulla sua identità/appartenenza politica.

A parte questo, V parla il lessico della libertà e della democrazia perché questi sono i valori fondamentali stravolti dalla campagna securitaria del Cancelliere Sutler/Presidente Bush. Un film che oggi si confronti con la politica della paura e l’amplificazione mediatica di un terrore coltivato in vitro, cresciuto dall’interno, non può che fare piacere; una buona pedagogia, si dirà, un utile anticorpo. E questa pedagogia e questo anticorpo non sono puramente reattivi, o restaurativi; la posta del gioco di V non è solo un ritorno all’ordine liberal-democratico. La radicalità della battaglia messa in scena da V, soprattutto la radicalità delle immagini che la scandiscono, impediscono questo fraintendimento.

Infatti, dopo gli attentati del 7 luglio 2005 di Londra, è semplicemente incredibile vedere sul grande schermo i “buoni” che imbottiscono di esplosivo una linea del tube, e il Big Ben crollare mentre una moltitudine generica di senza-volto e mascherati qualunque sfida il potere statale per prendere parte all’evento. La distribuzione del film se ne è resa conto e, dopo gli attentati di Londra, ha posticipato l’uscita nelle sale, prevista per l’anniversario della Congiura delle Polveri di Guy Fawkes, il 5 novembre 2005. Chiamare iconoclaste queste scelte del film, dopo la sacralizzazione delle immagini degli attentati terroristici, non sarebbe scorretto: qui non c’è, è vero, nessuna distruzione delle immagini – quelle stra-viste o soltanto immaginate degli attentati terroristici – ma piuttosto la loro moltiplicazione; e però c’è anche un’appropriazione blasfema e un loro rovesciamento, che lascia un’impronta politica esplicita e le marca in modo spiazzante.

Se vogliamo, c’è anche molta furbizia in tutto questo, e si potrebbe liquidare V per Vendetta come un film di nicchia, diretto a un pubblico di post-adolescenti politicizzati o anarchici, che vuole mettere a valore – valore di botteghino – una cultura di riots e l’impatto estetico delle manifestazioni a volto coperto e degli scontri di piazza. Ma credo che non sarebbe giusto. Non tanto perché il film sarebbe allora basato su un calcolo ingenuo o erroneo – quella presunta nicchia è la meno disponibile a farsi catturare da un blockbuster che specula in modo cinico sulla spettacolarizzazione dello scontro politico. Quanto piuttosto perché si tradirebbe così, per il gusto di un gesto snobistico e aristocratico, la vocazione più esplicita di V per Vendetta: quella a essere un film agit-prop per il grande pubblico, un thriller e un film di intrattenimento che fa passare alcuni contenuti forti fra le maglie della censura politica – quella censura ufficiosa e informale che rimuove dallo spazio pubblico ciò che non si lascia ridurre alla logica del discorso politico corrente, alle opposizioni concettuali legittimate a distribuire torto e ragione.

 

Film
V for Vendetta -McTeigue

V for Vendetta, James McTeigue, 2005

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