Dossier » Memorie di confine

Ambigua normalitÓ

La chiusura di Sangatte

by Fabio Raimondi

L'inizio è ambiguo, come ogni vero inizio. E tutto ne risente. L'intero filmato ne risuona dal primo all'ultimo fotogramma. Un sole basso che splende e non si sa se sia un'alba o un tramonto. Solo più avanti verrà detto che è l'avvio di un giorno nuovo e importante: Sangatte chiude. Alla fine una nave attraversa lo schermo nel silenzio del mare: parte?, arri-va? Questo il tono fondamentale, la nota che apre, chiude e sorregge lo spartito delle immagini e della narrazione, dei luoghi e delle voci.


Memorie di confine - Ambigua normalitÓ - La chiusura di Sangatte

Sangatte chiude. Vorrei conservare l'ambiguità di quest'affermazione, perché "chiude" vuol dire, al contempo, che "viene chiuso", ma anche che esso stesso funge da chiusura, perché chiude qualcosa o, meglio, qualcuno, essendo un centro di detenzione per immigrati nei pressi di Calais (Francia), il luogo da cui tradizionalmente si parte per attraversare la Manica e approdare, quando si è fortunati, a Dover (Inghilterra). Ma Sangatte chiude anche in un altro senso, perché anche ora che è stato chiuso non cessa di occludere lo sguardo: è come se, nonostante lo smantellamento solerte e amorevole, i suoi muri non fossero stati davvero abbattuti, ma come per magia resi ancor più solidi benché invisibili – «Sono contenta che sia la Croce rossa francese a smontare il centro, perché così posso elaborare il lutto del mio lavoro e non angosciarmi nel vedere questo luogo vuoto: è normale» dice Muriel Thorens, la responsabile. La causa di questa magia sembra essere la normalità, nella duplice accezione, certo, di qualcosa che è accettato senza patemi d'animo da tutti e, al contempo, nel senso della norma che, una volta fissata, istituisce la soglia della percezione normale, cioè finalmente normata. Chi ha visto Cose di questo mondo di Michael Winterbottom potrà respirare la stessa mefitica aria di normalità che circola dappertutto quando si parla di immigrati: partono, viaggiano tra mille difficoltà, evitano pericoli d'ogni sorta, passano a volte anni, poi arrivano qui, a Sangatte, come onde alla riva, si fermano, tentano ogni sera (ma sempre più spesso anche di giorno) di scappare imboccando l'Eurotunnel nascondendosi ovunque sia possibile, talvolta ci riescono, spesso no, spesso tornano indietro a piedi (quando sono riusciti a conservarli), fino al Centro, dopo l'ennesimo assalto al cielo fallito, talvolta no, ma non per-ché ce l'abbiano fatta o siano fuggiti. Il problema qui è saltare: «Jump!, jump!, jump!… a big problem» si sente dire. I dati: più di 70 morti in 3 anni. Sangatte ha chiuso, perché finalmente la Francia ha accolto le rimostranze dell'Inghilterra: i clandestini devono essere trattati con maggior durezza e, soprattutto, non va fatto creder loro che l'Inghilterra sia disposta ad accoglierli senza battere ciglio. Per essere accettati bisogna avere un permesso di lavoro nel Regno Unito e parenti già regolarizzati che possano avviare le pratiche per essere 'accolti' (i dati: 1500 su 68.000 in 3 anni). Gli altri devono restare in Francia. Una situazione oramai simile in tutta Europa, dove i permessi di soggiorno sono sempre più legati ai contratti di lavoro (in Italia, per non essere reticenti, la Bossi-Fini parla esplicitamente di "contratto di soggiorno"). Già, l'Europa sarà anche una (o prova ad esserlo), ma quando si tratta di immigrati è bene che ognuno si tenga i suoi! E una delle frontiere più antiche rispunta come per incanto. Anche questa è la normalità che Sangatte, aperto o chiuso, rende comunque invisibile, perché i Centri (o campi come preferisco chiamarli… «A Sangatte si viveva da cani» dice un immigrato, «di sicuro non vi hanno fatto vedere dove ci tenevano») sono strumenti di invisibilizzazione, comunque e in ogni caso, nonostante le 'ragioni' umanitarie degli opera-tori del Centro che, dispiaciuti, per la decisione di Sarkozy, lodano Jospin che lo aveva co-struito e aperto. Sangatte ha chiuso, ma non è cambiato niente. La procedura per svuotare il Centro (un immenso capannone industriale pieno di container in piena continuità con le workhouses di cui hanno parlato, tra gli altri, Polany e Foucault) è a dir poco allucinante, perché riporta indietro la memoria, sorrisi compresi, quando i primi ebrei partivano con i treni. Qui ogni immigrato è identificato da un numero che consegna al momento di salire sul pulmann. Tutti sono rilassati, collaborativi… scherzano… prendono posto… mentre attraverso un finestrino viene mostrata con orgoglio la foto del comandante afgano Massud. Il campo ora è vuoto, deserto, e sotto la luce accecante dei riflettori panni e stracci impigliati nelle reti di recinzione o nel filo spinato sventolano come fossero bandiere. Dopo aver elaborato il suo personale lutto, la Thorens dice ancora: «La questione immigrazione non è chiusa con la chiusura del Centro: ci sono 200 immigrati a Calais», anche se il sindaco sostiene che chiuso il Centro è finita l'immigrazione clandestina. E così un immigrato: «Ho lasciato l'Afghanistan quando i talebani hanno preso il potere, perché la mia vita era in pericolo: ero in mezzo a una strada. Sono venuto in Europa perché ci sono i diritti umani e l'accoglienza… ma dormo in una casa abbandonata [ilockhaus… i bunker usati durante la seconda Guerra mondiale] e di giorno gironzolo per le strade». Per fortuna che ci sono gli attivisti che manifestano per i diritti e per l'accoglienza; per fortuna che c'è il Collettivo civico di sostegno ai rifugiati, che distribuisce pasti caldi e, in parrocchia, organizza, due sere a settimana, una raccolta di vestiti e scarpe, che ognuno può prendere… per fortuna che il Collettivo decide di occupare una palestra, dove entrano mentre una squadra di basket si allena (e continua a farlo): tutti pensano, almeno questa notte al caldo, invece… questa è l'offerta: possono uscire di lì e andarsene liberi oppure possono venir trasportati in pulmann fuori Calais; la polizia è già fuori che li aspetta. I migranti si consegnano: le strade di Calais sono finalmente ripulite! Salgono sul pulmann (sempre della stessa ditta che curava i trasferimenti in Inghilterra da Sangatte: la Voyagers Ingard) e partono per Colmar, al centro della Francia. E la nave va… le onde si rifrangono sulla spiaggia… in cielo splende il sole: finalmente è giorno e tutto sembra normale.

 

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Cl˘ture de Sangatte, La
 -Ambiel

Cl˘ture de Sangatte, La , Federico Ambiel, 2003

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