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Barbari d’Italia

by Andrea Panzavolta

Una paurosa analisi dell’Italietta di oggi, della sua crisi morale, delle cause che l’hanno provocata e delle accortezze che avrebbero potuto stornarle. “Il Caimano”, in concorso al festival di Cannes, rappresenta un paese immobile e impotente: Il berlusconismo ha già vinto perché, come sempre, la realtà è peggiore della finzione.


Il Caimano - Barbari d’Italia - In una delle scene più allusive del bellissimo film Le invasioni barbariche di Danys Arcand, Remy, il protagonista, un intellettuale sessantottino devastato da un cancro che è anche simbolo della volgarità e della smemoratezza del tempo presente che infettano come una micidiale luce la civiltà europea nella quale lui e la sua generazione avevano creduto, sia pure contestandola, dice rivolto al figlio Sebastien: “Ecco le invasioni barbariche, ecco il principe che le guida”.

Sebastien è uno spregiudicato broker londinese che si serve del denaro per ottenere tutto ciò che vuole. In un colloquio con il pusher che lo rifornisce della morfina necessaria per porre fine alle sofferenze del padre, dice di essere laureato in economia e commercio con un master in finanza, ma quando poi gli viene chiesto a quale filosofo greco è da attribuire la frase “Tutto scorre” egli non sa cosa rispondere. La conoscenza delle leggi che disciplinano il mondo del business in lui è del tutto dissociata dalla conoscenza delle radici culturali che di quelle leggi costituiscono il fondamento.

In poche battute Arcand coglie la nota più autentica del tempo che stiamo vivendo, e cioè la parcellizzazione del sapere e il trionfo della techne. Ottima cosa è escogitare tutte le ortopedie per far sì che i bilanci si chiudano in attivo, dominare i segreti dell’aritmetica e approvare leggi capaci di far quadrare i conti; ma tutto questo senza la gnome, senza quella conoscenza che si fa memoria è sterile prattein, puro fare. Ridotti alla sola dimensione del prattein erano gli uomini prima che Prometeo donasse loro il pensiero e la coscienza: “Essi avevano occhio e non vedevano – dice Prometeo incatenato nell’omonima tragedia di Eschilo – avevano le orecchie e non udivano, […] finchè indicai la memoria di tutto (meneme apanton), che è la madre operosa del coro delle Muse”. Tuttavia, il dono del titano ribelle alla stirpe dei irotoi, dei mortali, raggiunge la sua perfezione solo quando Zeus – siamo nella rivisitazione del mito prometeico che Platone conduce nel Protagora – dona loro Aidos (pudore) e Dike (giustizia), le uniche virtù capaci di fondare le città, di sviluppare l’arte bellica (polemiké techne), che dell’arte politica (politiché techne) è parte, e di costituire infine vincoli di amicizia.

È dunque la triade città-politica-guerra (tre parole che in greco sono accomunate dalla medesima etimologia) a scampare l’uomo dalle prospettive dell’estinzione e a sancirne la supremazia su tutti gli altri esseri viventi. L’assunto di Platone, che è poi uno dei principi fondanti di tutta la civiltà occidentale, rivive nella lucida riflessione che Remy scambia con gli amici, nelle quali emerge la natura irriducibilmente polemologica e, di conserva, politica del Vecchio Continente. Nulla di più scontato allora che ai suoi occhi uomini a una sola dimensione come il figlio Sebastien siano qualificati senza appello alcuno “barbari”.

Per i Greci oi barbaroi erano coloro che non parlavano il greco. La parola deriva dal verbo iarbazo che significa balbettare. Barbaro, dunque, è colui che apre la bocca per emettere suoni incapaci di articolarsi in parola o meglio di parlare nella lingua di quella civiltà che ha donato al consesso umano uno dei doni più preziosi: la politichè techne.

Nel suo ultimo film Il Caimano, Nanni Moretti non avrebbe potuto trovare titolo più adatto per rappresentare l’Italia berlusconiana: il caimano per connessione di idee fa venire subito alla mente una bocca irta di denti che quando si spalanca lo fa non per parlare, ma per mordere, lacerare, sbranare. Non si poteva trovare una metafora più felice per cogliere la natura anfibia del linguaggio berlusconiano: da una parte linguaggio che non è linguaggio, ma balbettio che rasenta l’afasia (privo com’è della politiché techne); e dall’altro parola livorosa capace di serrarsi sui suoi avversari come le chiostre del caimano sulle prede.

Come Sebastien, così il caimano Berlusconi se ne sta acquattato in una sola dimensione, quella di un autistico prattein. All’iperattività del suo Governo, che si sostanzia nelle tante leggi approvate, nelle grandi opere realizzate e nelle innumerevoli notti trascorse insonni a Palazzo Grazioli vegliando sul bene degli italiani, si contrappone una scandalosa assenza di politiché techne, un disastroso analfabetismo politico. Prendendo a morsi Aidos (per dirla con Agostino, il Caimano ha il pudore di non essere spudorato) e Dike (le leggi ad personam e gli insulti ai giudici sono solo gli esempi più eclatanti della sua crociata contro il sistema giudiziario), e quindi le basi sulle quali si fonda il vivere civile, egli rende impossibile la costruzione di solidi legami d’amicizia, rende cioè impossibile la costruzione della polis, e trasforma il polemos, la guerra, che è parte come sosteneva Platone della politica, in stasis, in discordia intestina, in guerra civile (quest’ultima addirittura preconizzata nelle ultime, livide sequenze del film).

Per il cittadino greco nulla era più deprecabile della stasis: se da un lato si riconosceva, se non la necessità, almeno l’ineluttabilità di polemos, della guerra esterna; dall’altro si teneva in sommo male la discordia civile, quella che si scatena all’interno di un organismo statale, perché interviene tra adelphoi, tra fratelli. Ma la stasis innescata dal Caimano varca i confini dell’Italia e dilaga nell’Unione Europea, i cui Stati possono essere considerati suoi fratelli di sangue perché appartenenti alla stessa stirpe, al medesimo genos. In questo senso è paradigmatica la ripresa all’interno del film dell’esecrabile siparietto offerto da Berlusconi al Parlamento Europeo, allorché propose all’europarlamentare Schultz il ruolo di kapò in un film sui campi di concentramento e chiamò gli altri colleghi “turisti della democrazia”.

Se la democrazia, come diceva Calogero, è prima di tutto un dilago, è proprio il dialogo che il Caimano ha pervertito a suoni ringhiosi attraverso l’abuso di iperboli e di metafore ai limiti del grottesco, con frasi ad altissimo tenore emotivo (“Questa è una sentenza di regime, e mi aspetto qualsiasi reazione degli italiani”), con una deiezione di parole che seducono e irretiscono. Non vi può essere dialogo senza filologia, senza l’amore per le parole, per la correttezza terminologica, per il ragionamento critico. La filologia è l’opposto della misologia, dalla quale mette in guardi Socrate nel Fedone. La misologia è odio per i ragionamenti ordinati: essa disprezza la sintassi, vuole il soggetto in caso accusativo e fa di tutto perché la logica cada in picchiata, come l’enorme borsa piena di soldi che precipita sullo scrittoio del Caimano, sfasciandolo. Alle reiterate domande circa la provenienza di quella montagna di denaro ancora una volta questi non risponde con le parole, come sarebbe normale, logico, attendersi, ma o con sguardi obliqui carichi di odio o con sorrisi che suonano come un aperto dileggio dell’interlocutore e della sua legittima richiesta di conoscere la verità, quella verità che Socrate considerava il principio e il fine di ogni vita bene ordinata.

Il Caimano infatti è un maestro nell’arte di illudere e di eludere. Il suo lusus di basso conio, il suo gioco da trivio ha il solo scopo di di-vertire le coscienze, di distoglierle dal retto pensare. Le procaci forme delle discinte ballerine che affollano le sue reti televisive servono a schermare la realtà e a farla passare per quella che non è. La severa utopia, che significa non arrendersi dinanzi alle cose così come sono e lottare per come dovrebbero essere e che costituisce la linfa di ogni attività politica, è sostituita dal miracolo (“il nuovo miracolo italiano”) che non costa alcuna fatica perché piove dall’alto. Completa la costruzione di questo mondo parallelo di beota felicità un uso arrembante sia del potere (“Io ho la maggioranza, dunque io decido”), sia del relativismo nichilistico applicato ai fatti, per cui i santi sono confusi con i fanti, le guardie con i ladri, i giudici con gli imputati.

La tesi sostenuta da Moretti non potrebbe essere più sconsolante e nello stesso tempo più vera: il berlusconismo, indipendentemente dalle sue alterne fortune politiche, ha vinto, perché l’uso trentennale del diserbante che cela in sé ha isterilito la parte migliore della Repubblica. E ora ci troviamo un Paese ridotto in frammenti, scomposto in tanti pezzi come i mattoncini di Lego con cui giocano i figli del produttore Bonomo (Silvio Orlando), tutti indaffarati a cercare il pezzo giallo da dodici dal quale ricominciare a ricostruire le coscienze. Ma quel tappeto di mattoncini è anche icona perfetta degli italiani, ridotti ormai a un insieme di teste buone solo a essere contate, a monadi prigioniere dentro un cechoviano astuccio fatto di cinismo, di clericofascismo e di amoralità, e non più esseri umani solidali tra loro disposti a mettere in comune qualcosa di sé per il bene comune. Il figlio maggiore di Bonomo tenta invano di costruire un’astronave, e le parti che era riuscito ad assemblare sono di nuovo ridotte in pezzi in un irrefrenabile accesso di stizza. E con la distruzione dell’astronave va pure in frantumi la speranza di scoprire orizzonti extra-terrestri, che sono al di fuori di questa terra infida infestata da feroci predatori e sprofondata in una dimensione aionica nella quale il pendolo oscilla perennemente tra il folklore e l’orrore, come dice nel film il polacco Sturowski.

Lungi dall’essere un film di propaganda, Il Caimano di nani Moretti è una smagliante e a un tempo una paurosa analisi dell’Italietta di oggi, della sua crisi morale, delle cause che l’hanno provocata e delle accortezze che avrebbero potuto stornarle.

L’unico appunto che si può muovere al regista è quello di aver circonfuso Il Caimano di un’aura di eroe shakesperiano (esaltata tra l’altro da una colonna sonora che sembra una danza macabra, con quei cupi pizzicati per contrabbasso e violoncello) che proprio non possiede. La realtà forse è ancora peggiore della finzione perché il Caimano più che diabolico è stupido, più che un Catilina è un infame Thénardier. Contro il male si può combattere e si può pure sperare di vincerlo; non così invece con la stupidità, contro la quale, come diceva Hölderlin, persino gli dei combattono impotenti.

Stupidità, ovvero vuoto. Vuota è la retorica del Caimano, vuote sono le mirabilia del suo governo e vuota è l’Italietta che lo ha prodotto. We are the hollow men…, “Noi siamo gli uomini vuoti”, recita una delle liriche più famose di T.S. Eliot, “siamo gli uomini impagliati […] / figura senza forma, ombra senza colore, / forza paralizzata, gesto privo di moto”. L’amarezza peggiore è che le generazioni future ci ricorderanno non come uomini perduti o violenti, ma appunto solo come uomini vuoti, come uomini impagliati.

 

Film
Il Caimano -Moretti

Il Caimano, Nanni Moretti, 2006

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