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Anatomia della tenebra

Nel cuore aperto dell’Africa centrale

by Ludovica Fales

All’entrata del cinema Vendôme, dove è appena terminato il festival“Africa XL”, campeggia un grande cartellone che raffigura il fiume Congo: una cascata maestosa si getta da una falesia ricoperta da una vegetazione lussureggiante. È il cartellone del documentario del 2005 di Thierry Michel “Au delà des tenèbres: Congo River”, presentato alla Berlinale 2006 dopo una presenza di molti mesi nelle sale cinematografiche in Belgio. Siamo alle porte di Ixelles, metro Porte de Namur, nel cuore del quartiere congolese di Bruxelles. Vedere questo documentario qui ha un qualche significato in più: a due passi dal quartiere comunitario, sede del Parlamento europeo, abita la maggioranza dei congolesi di Bruxelles.


Congo river, au-delà des ténèbres - Anatomia della tenebra - Nel cuore aperto dell’Africa centrale

Il passato coloniale belga qui non è stato dimenticato da nessuno e l’instabilità politica del Congo, la sua percentuale enorme di sieropositivi, vicina al 40%, di malati di malaria e di malattia del sonno, nonché la povertà, la guerra civile e il saccheggio di risorse naturali dell’epoca coloniale, rimangono una spina nel fianco dell’Europa che non può dimenticare le sue responsabilità. “Caro Stanley, devi partire per il Congo!”: l’inquadratura si stringe sul viso di uno Spencer Tracy tanto stupito quanto infastidito all’idea di partire per il cuore della tenebra. Comincia così il documentario, attraverso la beffarda citazione del fotogramma del vecchio film Stanley and Livingstone (Henry King, 1939), in un modo simile a quello in cui cominciò la ricerca del posto al sole belga al tempo del re Leopoldo II. Determinato ad avere “una fetta di questo magnifique gâteau africain”, il re spedisce l’esploratore scozzese Stanley alla scoperta del territorio che circonda il corso dell’enorme fiume Congo per ottenere quello che, prima di diventare colonia nazionale belga, sarà per ventitrè anni sua proprietà personale. Michel ripercorre lo stesso viaggio sulle acque del maestoso fiume, 132 anni dopo il viaggio di Stanley e 46 dopo l’indipendenza del vastissimo paese africano, raccontando la vita sul fiume e attorno al fiume, il Congo dell’acqua e quello della terra. Lo medesimo viaggio che Joseph Conrad, dopo aver lavorato sulle chiatte di quello stesso fiume per sei mesi, raccontava in Cuore di tenebra. Il fiume Congo è la principale risorsa del paese ed è attraversato da enormi chiatte e battelli, ancora di epoca coloniale, che trasportano i cittadini da una parte all’altra dell’estesa nazione. Le sue acque sono un punto di osservazione privilegiato per documentare la vita e le contraddizioni del paese, ma sono anche un luogo vivo e sanguinante carico di aspettative e di morte. Il punto di vista del documentario ricalca questa duplicità: Michelet percorre la rotta da Kisangani a Kinshasa imbarcato sulle chiatte stracolme di persone e animali, dove a causa della lunghezza del viaggio si creano veri e propri villaggi ambulanti. È un intero paese galleggiante, con tende, gente che cucina, scene di follia, di gioia, di canto e di disperazione. Solo sull’acqua, del resto, si può percorrere metà del paese. Le strade e i binari della ferrovia, abbandonati all’incuria sotto la dittatura di Mobutu, sono ormai invasi dalla foresta equatoriale. Ma quei binari sono il simbolo della stessa duplicità di cui è segnato il destino storico del fiume Congo. Il frammento di un documentario dell’epoca ci fa osservare un colonizzatore mentre dirige un gruppo di operai che montano le rotaie a ritmo di musica. Le infrastrutture, in Congo, sono state costruite al prezzo di un intenso sfruttamento della manodopera locale e, anche se il documentario non ce lo racconta, sappiamo che negli anni della colonizzazione del re Leopoldo, il paese perse parecchi milioni di persone a causa del massiccio sfruttamento del lavoro. Grazie al commercio d’avorio prima e poi a quello della gomma, imponendo tasse agli abitanti dei paesi, prendendo ostaggi quando necessario, imprigionando e mutilando coloro che si ribellavano al pagamento, il “sovrano” diventò in breve tempo uno degli uomini più ricchi del mondo. Ma questo è solo il primo scandalo della storia d’acqua e di terra del Congo. Le chiatte che attraversano il fiume sono arche di Noè in un mondo a rischio permanente di diluvio: la navigazione è esposta al costante rischio dell’insabbiamento; è sufficiente che la chiatta si spinga un po’ più lontano dalla riva perché il salvataggio dei passeggeri diventi difficile. Gli incidenti e le vittime degli ultimi anni testimoniano la presenza incombente del pericolo. Sulla chiatta, però, si vive in comunità per giorni: il capitano riceve la notizia della nascita del suo terzo figlio e offre una birra a tutti i passeggeri che lo festeggiano con canti e balli. La danza e il canto intessono la trama delle relazioni sociali anche a terra: la raccolta di fondi da parte di un predicatore avviene tra canti, balli e gente che cade in trance, mentre piovono oboli da molti dei presenti. Una cerimonia battista sulle rive del fiume ritualizzata da canti intensi. Vediamo una chiatta insabbiata colma di uomini, tronchi d’albero e animali, sulla quale si canta, in attesa che qualcosa accada. Vediamo i passeggeri sulla chiatta ballare sotto la pioggia equatoriale di una notte carica d’acqua. C’è però, al contempo, anche la presenza del grande silenzio: il silenzio della reggia di Mobutu inghiottita dalla foresta. Testimonianza dello spettro della megalomania del dittatore, questa dimora sulle rive del fiume rimane oggi vuota e abbandonata. C’è, poi, il silenzio sepolcrale del Museo dell’Università di Yangambi, dove l’archivio di 150.000 esemplari di fauna e flora congolesi, privato dei fondi statali, è divorato giorno dopo giorno dagli insetti sotto gli occhi desolati di un vecchio professore. E c’è il silenzio immenso della foresta equatoriale dove il regista si inoltra per scoprire alcuni dei segreti sommersi del Congo. Il primo di questi è la malattia del sonno, finalmente affrontata esplicitamente in un documentario. Considerata dall’opinione pubblica del mondo ricco come uno sbiadito ricordo dell’epoca coloniale, la malattia “negletta” è stata di recente ufficialmente considerata “riemergente” con punte di incidenze che eguagliano quelle dei primi del ‘900. La malattia, fatale se non curata e di cui si conoscono ancora soltanto cure che risalgono al 1930, ha effetti devastanti su coloro che le sopravvivono. Il problema è tanto sanitario quanto sociale: l’intervista con una bambina che descrive i sintomi psichiatrici di cui soffre, convinta dalla comunità di essere posseduta da spiriti maligni, ne è testimonianza e accenna soltanto alla seria discussione medica e antropologica che il problema comporta. Un filmato dell’epoca coloniale, nel quale vediamo gli scienziati osservare al microscopio il parassita (Thrypanosma brucei) prelevato attraverso un ago aspirato dai linfonodi del collo, testimonia tristemente come la questione sia rimasta ferma a quell’epoca. È in terra di conflitto, quando si inoltra nella foresta al confine con il Rwanda alla ricerca di una risposta sul complesso intreccio tra guerriglia “Mai Mai” e genocidio rwandese, che il regista incontra l’altra grande questione sommersa: la violenza sulle donne, assaltate nella foresta, usate come mezzo per umiliare il nemico e talvolta torturate nei modi più brutali. Michel si reca dal capo dei Mai Mai a chiedere ragione e trova solo riposte evasive e la sicumera di un capo. Le ultime sono, però, sequenze compresse, troppo veloci, in cui le tematiche si succedono a ritmo serrato, lasciando in sospeso questioni che necessitano attenzione e spiegazione. La prima parte, più lunga e articolata, segue il ritmo lento e naturale della chiatta, della musica, del viaggio; la seconda il ritmo convulso di una camminata nella foresta, quando ci si avventura in luoghi più sconosciuti e di cui si possiedono mappe poco chiare. Michel ha il merito di non mascherare, al tempo stesso, la presenza e i limiti del proprio sguardo. Non si spinge, però, abbastanza in fondo a districare la matassa di tutti i problemi che pone. Alla fine, si limita solo a denunciare e questo non è sufficiente. Appare chiara la sua esigenza di entrare nel mito del grande fiume e raccontarne attraverso le immagini la complessità, di descrivere il rapporto cosmologico tra l’uomo e la natura che le acque del fiume rappresentano e il patto con la storia che il fiume inevitabilmente ha serrato. La profondità delle acque e dei problemi, dell’allegria e della tristezza, della bellezza della natura e della difficoltà assurda della quotidianità lasciano però, alla fine, il bisogno di capire molto di più.

 

Film
Congo river, au-delà des ténèbres -Michel

Congo river, au-delà des ténèbres, Thierry Michel, 2005

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