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La guerra delle immagini

Il G8 di Genova sbarca in Iraq

by Salvatore Palidda

«Il G8 a Nassiriya. Video di Genova per istruire agenti in Iraq». Questo il titolo che il manifesto ha dato alla notizia ripresa anche da altri quotidiani e diventata oggetto di interrogazioni parlamentari come sempre deluse mentre fonti abbastanza affidabili (cioè interne alle forze armate – Repubblica del 1/10/04) la confermavano. Il fatto in sé non stupisce gran che, ma merita un commento dal punto di vista della costruzione e del senso che le immagini possono avere.


Caramelle amare - La guerra delle immagini
 - Il G8 di Genova sbarca in Iraq Sui fatti di Genova sono state scattate decine di migliaia di immagini e decine di filmati. Quei giorni passeranno forse alla storia anche perché fra i più documentati dal punto di vista delle immagini che come si sa hanno una forza senza pari (si pensi al confronto fra lo "tzunami" dello stretto di Messina nel 1908 e quello nel sud-est asiatico del dicembre '04). Eppure, nessuno ha visto certe immagini di Genova che invece potrebbero essere particolarmente significative e rivelatrici di un punto di vista ben diverso di quello di chi stava dalla parte dei manifestanti o comunque non dalla parte delle polizie.

Tranne qualche frammento che con (troppa) fatica gli inquirenti sono riusciti a ottenere dalla polizia di stato, nulla sappiamo dei filmati dall'alto degli elicotteri e di quelli realizzati per strada da operatori mobili o da postazioni fisse da parte dei Carabinieri, della Polizia di Stato, dalla Guardia di Finanza e dalla Polizia Penitenziaria, più, forse, da altre polizie segrete, anche straniere. È evidente che per certi versi l'occhio dello ‘sbirro’ non sia diverso da quello del ‘comune mortale’, ma per altri versi è differente. Innanzi tutto, come dice Sherlock Holmes a Freud prendendosi gioco di quest'ultimo nel famoso film Soluzione al sette per cento (Ross, 1976), «lei guarda ma non osserva». Ergo, lo sbirro deve osservare per captare e poi capitalizzare quegli elementi di informazione che sono utili al suo lavoro: identificare, controllare, reprimere e quindi disporre dei ‘pezzi di puzzle’ indispensabili per assicurarsi la punizione del nemico sociale che è effettivamente tale solo se è innanzitutto il suo odiato nemico.

Inoltre, l'osservazione dello sbirro è comunque rovesciata rispetto a quella del manifestante e del giornalista che sta appresso a questi, è spesso una veduta che parte dalle spalle degli agenti in piazza, cioè dall'altra parte della trincea. Ancora più differenza c'è in occasione di scontri di piazza e v'è totale opposizione quando c'è solo asimmetrica e vigliacca violenza da parte di alcuni agenti sui manifestanti. È proprio in questo caso che forse le immagini girate dagli ‘sbirri’ possono essere particolarmente eloquenti e non a caso è impossibile ottenerle (anche a causa della debolezza dell'inquirente).

Ma l'uso del video girato a Genova dal Tuscania, come materiale didattico per addestrare la nuova polizia dell'Iraq democratizzato anche in questo modo dagli americani e dal nostro contingente, mostra che il punto di vista di tale battaglione dei Carabinieri (corpo militare-poliziesco) è certo ben diverso da quello delle vittime. Secondo gli ufficiali dei CC infatti, sembra che per il corso di formazione della Tactical Support Unit, l'unità antisommossa irachena, sia assai utile imparare dagli «assetti», cioè dallo schieramento dei plotoni che a Genova erano guidati da ufficiali paracadutisti del Tuscania e della seconda Brigata mobile, specialisti della guerra e del peacekeeping. «Al G8 gli assetti riuscirono particolarmente bene», ricordano alcuni poliziotti-militari.

Come commenta Mantovani del manifesto, nessun giornalista ha potuto vederli ma è probabile che tra i video utilizzati ci fossero anche immagini degli scontri di piazza per mostrare «il peggio che può succedere». Intanto, alle future teste di cuoio irachene sono stati consegnati caschi, scudi e manganelli «tonfa» telescopici, insomma un pò tutto ciò che a Genova era in dotazione alle Cirr (Compagnie di Intervento Rapido e Risolutivo) create dall'arma per il G8 e guidate quasi tutte da ufficiali del Tuscania fra cui il famoso maggiore Cappello, responsabile dell'addestramento della polizia irachena, già comandante della Cirr «Echo» presente a Genova.

Di questa compagnia faceva parte quel Placanica, prosciolto dopo aver ammesso di aver sparato a Carlo Giuliani. Anche Cappello era in piazza Alimonda e in sua dotazione la jeep dalla quale partirono i due colpi mortali per Giuliani. In Somalia, in Kossovo e poi a Genova, il Tuscania sembra essere considerato il vanto italiano nel campo del mantenimento della sicurezza nei teatri di guerra. Si tratta proprio di quel battaglione i cui uomini sono in parte sospettati quantomeno di saper bene da chi sono stati assassinati Ilaria Alpi e il fotoreporter che l'accompagnava e che sono stati anche accusati di torture sulla popolazione locale (prosciolti nel processo di Livorno perché nessuno identificabile le immagini non potevano esserci).

Ma a Genova le immagini, questa volta di chi sta dalla parte dell'informazione non embedded, ci hanno dato la possibilità di scoprire ciò che per due anni era rimasto ignoto quasi a tutti tranne che agli interessati. Sono proprio alcune foto in piazza Alimonda al momento e dopo l'uccisione di Giuliani che mostrano la presenza sul luogo del colonnello Giovanni Truglio e del maggiore Claudio Cappello. Può sembrare banale a chi sia ormai rassegnato a sentirne di tutti i colori. Ma la presenza a Genova del Tuscania, dei suoi Cirr e degli stessi ufficiali, che dispiegano il loro grande e ben premiato talento (opportunamente ricompensato con le dovute promozioni dopo Genova) dalla missione del '94 in Somalia sino a oggi in Iraq, passando per Genova, è la prova più flagrante della scelta di gestire una manifestazione di piazza, sicuramente pacifica, come un'operazione di guerra. Il tutto evitando accuratamente di colpire i quattro saltimbanchi denominati black bloc (ma che fine hanno fatto?), ovviamente utilissimi per giustificare il massacro degno delle truppe più vigliacche che ricordano il vecchio colonialismo (quelle invocate dal democratico signor Tocqueville per bruciare i villaggi dei colonizzati poco inclini a subire il dominio francese).

Con Genova si rompe con la pratica di negoziazione pacifica del disordine sociale, le manifestazioni di massa contro il dominio liberista globale non possono essere più tollerate, anche se tanto pacifiche che nessuno si sogna di reagire come alcuni facevano vent'anni prima (si pensi agli armati nelle manifestazioni degli anni '70 e '80 e a quante volte agenti delle polizie sono stati disarmati da manifestanti – fatti mai riconosciuti anche perché ne va del tribunale militare). In servizio di ordine pubblico nelle piazze, dovrebbero andarci solo battaglioni di carabinieri equivalenti ai reparti mobili (ex-celere) della polizia. Invece a Genova non solo si manda personale sperimentato in situazioni di guerra, ma come massimi responsabili della piazza si mandano anche un ex-dirigente della lotta alla grande criminalità organizzata e altri ufficiali privi di qualsiasi esperienza nel governo delle manifestazioni, in un paese che si dice ancora democratico e che quindi deve assolutamente privilegiare la negoziazione pacifica con i manifestanti, isolando i facinorosi (con circa 18 mila agenti le polizie avevano il dominio assoluto del territorio genovese, seguivano perfettamente tutti gli spostamenti anche di piccolissimi gruppi, come per esempio quelli dei Black Bloc in corso Montegrappa che però vengono lasciati agire in totale libertà).

Insomma quello che è successo a Genova non è casuale, è l'anticipo di ciò che successivamente sembra esser divenuto la più banale normalità: la fusione fra poliziesco e militare, la cancellazione dei confini fra stato di diritto nazionale e una situazione di guerra globale che non si attiene ad alcuna norma stabilita fra stati perché è in nome del nemico globale, un nemico che il nostro dominante-protettore definisce come il male più grande che l'umanità abbia mai conosciuto, perché ingloba sia il nemico interno sia quello esterno, a livello micro (nel quotidiano) e macro, dovunque e con ogni possibile mezzo (antrace, bioterrorismo, attacchi aerei, bombe del metrò o magari in piazza S. Pietro per Natale). Anche una piccola e fuorimoda autoriduzione può essere considerata un potenziale continuum del terrorismo, al pari di quelle manifestazioni pacifiste che minacciano la solidità dell'Occidente nella guerra contro il nemico globale.

L'11 settembre ha fatto dimenticare Genova nonostante le decine di migliaia di immagini grandiloquenti. Il sequestro di Giuliana Sgrena pretende di essere anche uno stop definitivo a ogni immagine e informazione non-embedded. Sarà così anche alle manifestazioni di opposizione al dominio liberista globale? Una cosa è certa: la resistenza contro questo dominio passa anche attraverso la produzione di immagini quanto più possibile capaci di captarne gli elementi meno apparenti. E per far questo non ci vuole ancora Foucault?